Quando la plastica diventa arte urbana: la Cracking Art

Forse vi sarà capitato di incontrare passeggiando per la vostra città delle coloratissime sculture di plastica a forma di animali: tartarughe, delfini, chiocciole, elefanti, lupi…

Molto probabilmente erano opere di Cracking Art, un movimento artistico conosciuto per la creazione di installazioni urbane caratterizzate da animali giganti in plastica colorata.

Scopriamo insieme questo gruppo di artisti e perché hanno scelto la plastica come materiale per le loro opere.

La filosofia alla base del movimento artistico

Nato negli anni ’90, il nome del movimento deriva dal verbo inglese “to crack”, che descrive l’atto di incrinarsi, spezzarsi, crollare. Inoltre, il “cracking catalitico” è la reazione chimica che trasforma il petrolio grezzo in plastica.

Cracking Art vuole essere quindi sia rottura rispetto alle precedenti forme d’arte, sia un modo per riflettere sul confine tra naturale e artificiale, tra organico e sintetico.

Nella concezione del gruppo la plastica, provenendo dal petrolio, proviene in realtà dalla natura stessa e attraverso l’arte la plastica torna in qualche modo alla sua condizione naturale, prendendo la forma di animali.

Dalla pagina Wikipedia si legge che:

…gli artisti del gruppo “focalizzano l’attenzione sull’elemento chiave che determina l’articolazione del potere su questo pianeta – il petrolio” e lo considerano dal proprio peculiare punto di vista: “né buono né cattivo”, “deposito della memoria di tutta la sostanza organica del pianeta”, pertanto “il residuo limitato e non rinnovabile di ciò che è stato vivo. La plastica, dedotta dal petrolio attraverso il processo di cracking, [ne] conserva in forma sintetica (tecnologicamente congelata) tutte le caratteristiche”.

Nemmeno la plastica dunque è cattiva: “cattivo o buono può essere solo l’uso che se ne fa”…

Cracking Art, tra plastica e riciclo

Dal sito ufficiale di Cracking Art, gli artisti dichiarano di realizzare le opere con tecniche come stampaggio rotazionale o a soffiaggio. Si inizia con la realizzazione manuale del primo prototipo, dal quale viene poi ottenuto lo stampo per passare poi alla fase di produzione vera e propria, che permette la realizzazione di grandi numeri con un impiego di materiale tutto sommato esiguo, essendo le sculture cave all’interno.

La parte più interessante è la possibilità di riutilizzare molte volte la stessa plastica: infatti, dopo qualche utilizzo le opere vengono triturate e la plastica ottenuta viene rigenerata e utilizzata per realizzare nuove opere. Il materiale viene quindi reperito da fornitori esterni per una percentuale di plastiche nuove e autoprodotto per quanto riguarda la parte riutilizzata.

Nel movimento Cracking Art si trova quindi un pensiero filosofico dell’universo infinito, di una vita che continuamente si rigenera e muta. Tematiche molto vicine, queste, alla sensibilità ecologista legata al riciclo, che proprio oggi è sempre più necessaria.

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